Luca Aragone

Missione in Kosovo

La consegna della bandiera è una cerimonia che precede tutte le missioni che partono dalla Delegazione di Milano dell'Ordine di Malta; di tutta la missione è indubbiamente il momento più coinvolgente: il personale in partenza partecipa alla S. Messa con alcuni confratelli e volontari dell'Ordine.

Dopo la cerimonia inizia la missione, con i suoi rischi e le sue difficoltà; per l'emergenza Kosovo sono stati organizzati molti convogli di aiuti, personalmente ho partecipato a due di questi interventi, in due momenti diversi dell'evolversi della crisi.

La prima missione è avvenuta nel pieno del conflitto, in quel caso il convoglio era formato dai due veicoli fuoristrada della Delegazione di Milano, da un tir e da un furgone della Delegazione di Napoli; la destinazione era il campo ECOM (gli aiuti internazionali dell' Ordine), dove un gruppo di volontari Francesi e Tedeschi avevano approntato un campo per i profughi Kosovari.

All'arrivo, in porto a Durazzo, il nostro convoglio è stato preso in carico da una scorta dei Carabinieri che ci hanno accompagnato in un tragitto non semplice, su strade male in arnese, in un territorio controllato da bande in cui vige una sorta di coprifuoco.

Il nostro carico è stato consegnato quando le scorte precedenti erano oramai in esaurimento, e l'arrivo del convoglio è stato salutato da grande entusiasmo, specie

 

 

 

dai Confratelli responsabili dell' ECOM per l'emergenza Kosovo, quasi stupiti nel vederci arrivare nella notte, con la divisa di Lourdes e il nostro carico di alimentari e generi di sussistenza.

La notte del nostro arrivo, nelle tende del campo affluivano ancora i profughi, pochi uomini, molte donne con bambini e anziani, che avevano marciato per giorni, sfuggendo al massacro, con la consapevolezza che difficilmente avrebbero rincontrato gli uomini rimasti in Kosovo

Quella sera la stanchezza ha prevalso sui pensieri e sui rumori degli spari dei Kalasnikov e degli aerei che sulle nostre teste sfrecciavano in direzione delle Serbia.

Una missione diversa, è stata quella cui ho partecipato dopo la fine del conflitto; i campi profughi allestiti a Durazzo erano già deserti, e anche il campo Ecom aveva ormai pochi ospiti. Le autorità internazionali consigliavano ai Kosovari di non rientrare subito, ma di aspettare le forze multinazionali, che all'epoca non erano ancora arrivate. Nonostante questo l'ansia di conoscere la sorte dei propri cari rimasti in Kosovo e delle proprie case in balia del nemico spingeva i profughi al rientro. Per questo motivo i nostri aiuti sono andati a uno dei campi di transito allestiti nella zona di Giakova, per sostenere coloro che pur non potendo tornare subito alle proprie case volevano comunque avvicinarsi per rientrare con l'aiuto delle forze multinazionali di pace in arrivo da lì a pochi giorni.

Tirando le somme di questa esperienza non si possono che fare due considerazioni, la prima pur se ovvia e forse semplicistica riguarda l'inutilità e l'assurdita dei conflitti, e richiederebbe un approfondimento su quanto è avvenuto e ancora avviene nell'Area Balcanica; lascio a voi questo approfondimento che non troverebbe spazio in questo breve resoconto. La seconda considerazione, riguarda l'attualità della missione melitense, che oggi, come nei lunghi anni della nostra storia ha un ruolo di primo piano nell'assistenza dei deboli, siano essi malati, anziani, o vittime di conflitti.

(Da "La Croce Ottagona", Ottobre 1999)