Alessandra Toncini Cabella

 

Il trittico fiammingo

di San Pancrazio

Nella chiesa melitense di San Pancrazio a Genova il grandioso trittico nell’abside raffigura Il Redentore fra i santi Pancrazio e Giovanni Evangelista nella pala centrale, San Pietro e San Paolo nelle due portelle laterali aperte e ancora San Pancrazio a monocromo con Cornelio, il Papa che lo battezzò, ad ante chiuse.

Fra i più importanti documenti dei rapporti artistici tra Genova e le Fiandre nel Cinquecento, le tavole sono databili entro gli anni trenta dello stesso secolo e sono state dubitativamente ascritte ad Adrien Isenbrant su base stilistica dopo alterne vicende attributive. Nessuna testimonianza documentaria c’illumina oggi sull’esatta identità né dell’autore né della committenza, oltre a circostanze, luogo esatto di esecuzione, data e modalità d’acquisto del trittico, con ogni probabilità commissionato dalle famiglie che godevano della parrocchialità gentilizia della stessa chiesa, data la frequente iterazione nel dipinto del santo titolare.

La presenza nei due scomparti laterali degli stemmi dei Calvi a destra e dei Pallavicino a sinistra è frutto di una ridipintura su base preesistente, come l’analisi riflettografica all’infrarosso ha dimostrato (i risultati dell’indagine sono in corso di stampa a cura della scrivente).

In seguito alle bombe francesi di Re Sole che, nel 1684, distruggono quasi totalmente la precedente chiesa romanica, dove il trittico trovava probabile collocazione sull’altare maggiore (data l’imponenza dell'opera, oltre alle bruciature di candela tuttora visibili a luce r ente), l’edificio viene ricostruito sotto la direzione dell’architetto camerale Gio. Antonio Ricca senior; sull’altare maggiore è quindi posto il San Pancrazio, opera scultorea del genovese Filippo Parodi, allievo a Roma del Bernini. In questa fase il trittico deve essere ormai evidentemente avvertito come "superato" rispetto alle nuove esigenze del gusto barocco: mutata quindi la funzionalità dell’opera, le tre tavole vengono smembrate in due parti distinte, la centinatura è eliminata con un taglio obliquo con la conseguente perdita della carpenteria originale. La pala col Redentore viene così a costituire un quadro isolato, mentre le due portelle laterali sono staccate dal corpo centrale ed unite a formare una tavola singola con l'inserzione di una giunta lignea a forma di imbuto su cui è dipinta, esorbitando sull’antica pellicola pittorica, la Madonna col Bambino. I due "quadri" così ottenuti vengono appesi ai lati dell’ingresso, con il conseguente oblio per tre secoli delle due figure a monocromo nel verso.

La lettura del testo pittorico è imperniata sulla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine, il volume retto da San Pietro nell’anta destra. A trittico chiuso, come anche nella tavola centrale San Pancrazio è raffigurato con la spada con cui fu decollato quattordicenne e la palma del martirio secondo l’iconografia tradizionale, pur nell'arricchimento di nuovi, fantasiosi dettagli come l'inedita sfarzosità degli abiti aristocratici e l’allusione alla nobiltà evocata dal falcone. Nella figura del sovrano accasciato ai suoi piedi sia nel verso dell’anta sia nella pala centrale è il suo persecutore, l’imperatore Diocleziano. Nell’altra anta trova spazio nella nicchia San Cornelio papa, che battezzò Pancrazio. A trittico aperto, il percorso di lettura si snoda da sinistra verso destra, attraverso gli episodi più salienti della vita del santo titolare. Nello scomparto, dietro a San Pietro col libro e la chiave, San Pancrazio orfano parte dalla nativa Frigia con l’anziano zio Dionigi, suo tutore, salutando parenti e famigli presso un palazzo sontuoso. La meta del viaggio è indicata dalle chiavi decussate, emblema della sede papale, dipinte sul mantello del santo, in rapporto con la grande chiave retta da San Pietro, simbolo egli stesso della chiesa. Nel Paesaggio della pala centrale si è voluta rappresentare Roma, dove fu battezzato il martire. Di essa sono riconoscibili alcuni monumenti come il Colosseo ancora intatto, il Pantheon, i Dioscuri del Quirinale, la statua di Marc'Aurelio in Laterano, la basilica costantinana di San Pietro, Castel Sant'Angelo. Questi monumenti, però, trovano spazio in un ambiente tipicamente fiammingo con mulini a vento, mulini ad acqua e altri edifici dalla tipologia nordica. L'artista, che probabilmente non dovette recarsi personalmente a Roma, trovò ispirazione da carte topografiche ed è la raffigurazione verticale della Trinità in cui Cristo, con le estremità poggianti sul globo terracqueo e su un monticello allusivo al Paradiso, regge un Evangeliario aperto sul passo: "Ego sum via veritas et vita" tratto da San Giovanni, alla sua sinistra. Quest'ultimo è raffigurato coi calice e il drago, secondo un episodio della Leggenda Aurea che narra come, il sacerdote del tempio di Diana ad Efeso gli avesse dato da bere una coppa avvelenata per metterlo alla prova dopo che due condannati, avendone bevuto, erano già morti: oltre a non morire, Giovanni resuscitò i due uomini. Il drago che s'invola dal calice sotto il segno di croce allude, oltre al veleno, a Satana. Dietro l'evangelista è la scena del battesimo di Pancrazio, di origini pagane, alla presenza del papà Cornelio. Nell'anta sinistra, alle spalle di San Paolo, il giovane santo è

 

decapitato davanti all'imperatore Diocleziano, La presenza del cane è allusiva alla sua estrema fedeltà alla fede cattolica. La spada accomuna nel martirio Pancrazio con l'altra grande figura che campeggia nella tavola, San Paolo. Dietro quest'ultimo è un laghetto con un cigno bianco, oltre al corpo decollato: tale animale allude alla purezza del santo, ma anche alla buona morte, per rassicurare dalla presenza dei due corvi neri che volteggiano sopra il capo, incarnazione del Male contrapposta al Bene. Ottavilla, la figura muliebre semi celata dal panneggio del manto di San Paolo, trafuga lè spoglie abbandonate sulla strada per dare loro degna sepoltura.

Oltre a questa lettura "principale", attraverso cioè i personaggi e gli episodi salienti, ci si rende conto che ogni elemento dipanato con sapienza quintessenziale nel trittico concorre ad avvalorare la chiave iconografica espressa: anche il ricco mondo vegetale pullulante nelle tavole, sotto forma naturale e di raffigurazione artistica, come nelle pagine miniate, è in diretta connessione coi fatti. Ogni vegetale dipinto, infatti, è identificabile e foriero, secondo la trattatistica specifica, di un messaggio intrinsecamente connesso con gli elementi raffigurati, e di non minore suggestione. Nel tessuto pittorico il molteplice messaggio è demandato alla sinib6logia botanica: dolore, morte e martirio nel solco di Cristo si trovano, ad esempio, nelle piante di rosa (a cespuglio e sarmentosa che, per la presenza delle spine e per il colore del fiore evocante il sangue, richiamano, appunto, il dolore, segnatamente il martirio; 1a presenza del ranuncolo fiorito nella pala centrale, simbolo di morte per le sue proprietà velenose, rafforza questa ipotesi. Anche l'edera è allusiva alla morte perché può soffocare lé piante ci &tanti; nonostante ciò la pianta indica anche l'attaccamento, la fedeltà (del santo giovinetto alla fede cattolica, tanto da esserne ucciso) e la vita eterna perché è sempre verde e, sebbene recisa anche in più punti, continua a vivere. Anche l'acetosa allude, fra i suoi molteplici significati, al martirio, in diretta connessione con la piantaggine (pluripresente con o senza infiorescenza lanceolata) che richiama il sentiero di Cristo, cioè la passione che porta alla salvezza. Tale messaggio è rafforzato dalla presenza del ciclamino nell'anta sinistra che per le macchie rosse nel cuore del fiore indica il dolore della Vergine per la crocifissione del Figlio e, nello specifico, anche per la morte del giovane santo nel trittico; fra l'altro, proprio nei primitivi fiamminghi anche un altro elemento vegetale, l'aquilegia (nella pala centrale), significa il dolore della Vergine.

Legati al santo fanciullo sono la felce e la violetta, simbolo dell'umiltà; la felce, in particolare, incarna l'umiltà solitaria, poiché cresce in posti solinghi e non raggiunge che una modesta altezza: San Pancrazio infatti, decapitato quattordicenne, è un umile giovane che non poté crescere perché la sua vita terrena fu troncata dal martirio. L'umiltà che si ritrova nella violetta è riferita alla giovinezza non ancora contaminata" dalle esperienze della vita. La stessa pianta può anche alludere alla salvezza, giacché le foglie frastagliate non possono dare nascondiglio ai serpenti, simbolo diabolico, e la morte del santo martire è salvezza. La simbologia del capelvenere, poi, è simile a quella della felce allusiva alla salvezza: particolare in questa pianta è la capacità dì idrorepellenza da cui la possibilità di non contaminazione col peccato e l'idea quindi di salvezza.

Anche nelle pagine miniate gli elementi floreali poggiati "à trompe-l'oeil' ai margini sono solo apparentemente un generico spunto decorativo: tra i vari fiori, ad esempio, una pratolina richiama, per la sua semplicità e per la fioritura in primavera, l'incarnazione di Cristo, o meglio, la dolce innocenza di Cristo giovinetto, con un collegamento con la felce e la violetta e con tutta la probabilità di poter leggere nel trittico San Pancrazio come "alter Jesus", Anche la fragola, in fiore e in frutto, ha numerosi significati: può alludere all'uomo giusto, alla perfetta rettitudine. Se accompagnata in particolare dalla violetta, come in questo caso, la frag9la è simbolo di umiltà, poiché entrambe le piante sono basse e umili. Il non-ti-scordar-di-me è simbolo, fra gli altri, di salvezza, mentre il garofano, il cui nome greco significa fiore di Dio, suggerisce l'amore divino, simbolo particolarmente usato dai pittori nordici del Rinascimento. Tra gli elementi fitomorfi miniati trovano spazio una farfalla, allusiva alla resurrezione dell'anima liberata dall'involucro corporale e una lumaca, simbolo della pazienza.

Ogni elemento è dipanato nel tessuto pittorico con affascinante, capillare sapienza, con precisione lenticolare, con infinite, sfaccettate suggestioni radicate nel potente messaggio di morte vittoriosa, il martirio del giovane santo, accomunato al Redentore nell'estremo sacrificio.

Per approfondimenti: A. Toncini Cabella, Iconografia fitomorfa nel trittico fiammingo di San Pancrazio, in "Trasparenze", 6/1999, pagg. 65-78 (con bibliografia precedente).

(Da "La Croce Ottagona", Ottobre 1999)